convivenza

Anche se fosse che non ci manchiamo per niente
mi resta l’abitudine di pensarti
Non è che questo ti renda lo stesso di allora, come sei ora non lo saprò mai
E’ più la tentazione di immaginarci e non ho fantasia
In fondo, mica ti ricordo 
Mi piace pensare che la tua sia una convivenza
con la mia quieta sopportabile tristezza

Annunci

così poco degno di nota

Io non so perché sia così poco degno di nota venirsi in mente.
E’ troppo fitto il diario degli accadimenti, giù nelle strade, nelle periferie,
quando è confine e più in là dove con strepito s’appunta
che fa quasi vergogna non ricordarne qualcuno, non averlo visitato abbastanza.
Il tuo rumore non fa male, mi dico
dovrei scriverti più spesso.

la casa

Ho cambiato casa due volte in vita mia. La prima l’anno della maturità, la seconda quando mi sono sposata. In entrambe le occasioni non sono andata molto lontano, ho sceso le scale e le ho risalite perché per tutta la vita ho sempre abitato nello stesso palazzo, oltre ad esserci nata. Questo ha fatto sì che costruissi nei confronti della “casa” un legame forte, un senso di appartenenza profondo, tanto da rendere faticosa perfino la scelta di un albergo per una gita di due notti fuori città. Ho una radicata ritrosia a spostarmi ma è anche la ragione per cui possiedo molte case, fabbricate nel tempo e con caratteristiche ben lontane dall’edilizia residenziale.
Ho trasformato luoghi e persone in mattoni resistenti e invisibili, cementati con sentimenti anche contrastanti,  e in perimetri mutevoli di giardini e terrazze, di stanze luminose e loculi claustrofobici dentro cui allentare o stringere le distanze. Abitare una casa è un lungo processo di apprendimento. I primi passi, gli inciampi, l’equilibrio, i trenta centimetri di mattonelle che si fanno metri di corridoio, circuiti di corse, gimcane, per testare muscoli e resistenza. L’esperienza degli oggetti nell’apprenderne la loro durezza o fragilità, il dolore che ci procurano nel comprendere la loro finitezza e la paura di scoprirne il loro lato oscuro, lo smarrimento per la loro perdita, il senso di vuoto di una stanza deserta e il disperato desiderio di colmarlo. In una casa si abita soprattutto il tempo che determina l’organizzazione del fare e dell’essere, inducendoci a concepire gli spazi come luoghi per ore e minuti: la camera da letto dove dormire la notte; la cucina dove consumare i pasti; il soggiorno e l’ingresso dove educarci alle relazioni, il bagno dove coltivare il senso del pudore. Essenziali principi di convivenza che sarà proprio il tempo a stravolgere e a reinventare.
La casa è tempio e religiosa pratica di tutte le prime parole, dalla primitiva sillabazione al loro suono completo e misterioso. E’ scuola di tutti i significati cui dovremo dare poi un valore, non solo a ciò che è tangibile, fisico, ma a tutto l’astratto, incontenibile, sfuggente, cui saremo chiamati a rispondere un domani, e sono milioni di parole.
E’ luogo dove distinguere attenzione e noncuranza, e tutte le loro più sottili sfumature che renderanno il piangere, per l’una o per l’altra, ogni volta sempre diverso. La casa è la prima indicazione geografica dell’amore e delle sue conseguenze, dei suoi eccessi e delle sue privazioni, è divergenza e comunione, territorio spesso conteso e rivendicato di privilegi affettivi, dove misurare il quanto e il come, all’inizio epidermico e via via più consapevole. Un’educazione che sottoporrà a continui esami in futuro, a vederci sempre sui banchi per affinare la conoscenza e coscienza del sentimento, a rimandarci per riparare tutte le volte che abbiamo concesso troppo all’emozione, a bocciarci se succubi dell’impulso. La casa è ring e lavacro di confronti agguerritissimi e sanguinari così come di dolenti, lunghissime stagioni di perdono e accettazione.

E le foto di famiglia sul muro, che tanto ci assomiglia.

veniva da sé

Di che si parlava? Lo sai che adesso non ricordo, se era di noi soltanto o del grande Resto.
Ma ci voleva parecchio ad arrivare in fondo e al fondo ci faceva orrore il punto.
Perché accadesse di notte, non l’ho mai capito. L’ho solo imparato che veniva da sé
come il sonno, senza doverlo spiegare. Ancora oggi di buio, la fine non pare far male.

un altro anno

Compiere un altro anno è come fare un giro
uscire di casa presto con gli abiti puliti
e sottobraccio ripiegate alcune indicazioni
Lungo il tragitto frugare nelle tasche
gli appunti appallottolati delle soste
studiate prima di partire, mai rispettate
e tuttavia guardare spesso l’orologio
per i dubbi sulle coincidenze
che a volte si fa più in fretta con il treno
là dove si vorrebbe invece avere un molo
per togliersi le scarpe e sciaguattare i piedi
ma è nei ricordi che la stanchezza duole
non nei passi
Mietere incontri che pare sempre estate e poi sfollarsi
in certi bar sconosciuti anche alle mappe
Dovesse capitare una vertigine
sporgendosi oltre l’abitudine
darle il benvenuto comunque sudando d’impazienza
Della folata fredda, di quell’ebbrezza dello stare senza
ci sarà tempo per spaventarsi domani
Rientrare che è quasi buio, rimettere la sveglia
s’è sgualcito il cappotto, c’è un filo tirato
Dovei sei stata? Che hai fatto? domandarsi allo specchio
Me lo racconto domani, vado a letto.

Scusi, permette?

Scusi, permette? Vorrei analizzare quel che ha scritto,
lo trovo tra i commenti il più ficcante,
conciso, pregnante, direi esemplare
da antologia! Suvvia non sia modesto!
Non le disgarberebbe certo esser preso d’esempio
per le nuove generazioni che ancora si dibattono
sull’etica del confronto e il raziocinio.
Lei va ben oltre, non trova? Con coraggio
ha dato prova di finissima oratoria
peccato che nel tradurlo per iscritto
abbia buttato nel cesso la retorica
Quanto a grammatica e sintassi
lei si è avvalso di ben altra complessa operazione
è entusiasmante avvertire tra le righe
la sua orgogliosa e mancata alfabetizzazione
Non si risenta, la prego, per quel cesso,
volevo dar prova anch’io del suo stile sanguigno
per quanto volendo precisare,
più che di ematico, ha tutto del fecale.
Mi auguro che quanto ha appena scritto
resti nei server di lei memoria imperitura
che si diffonda il suo nome e la sua faccia
così che magari un giorno incontrandola per caso,
fortuna voglia e il desiderio è grande
si mostri nei suoi confronti la meritata deferenza
e sghignazzando e additandola alla folla
– come nell’Inferno Barbariccia –
farle col cul trombetta, mostrandole le terga.

Lovers go home

Ora che inizio il giorno
rivedendo i tuoi occhi
e mi hai trovato bene
e ti trovo più bella
ora che finalmente
è tutto molto chiaro
dove è il tuo posto e dove il mio
so per la prima volta
che avrò la forza
di costruire insieme a te
una amicizia così straordinaria
che dal vicino
territorio dell’amore
quell’altro disperato
finiranno per guardarci con invidia
e si metteranno ad organizzare
delle gite
per venire a domandarci
come è che abbiamo fatto

 

Mario Benedetti – da “Inventario” Poesie 1948-2000 Ed. Le Lettere