Idle not ideal

Momenti di inattività. Troppi e da troppo tempo. Forse è ora di tirare giù il bandone.

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La consuetudine del difetto

Quando mi corico
per quanto pensi d’essermi salvata
e il sonno si fa libera frontiera
e scorribanda, non c’è bottino al risveglio
che resti in un appunto, una nota a margine di un sogno
né il rosso sulle gote, l’indecenza, mai l’irruenza, la sfida a testa alta
E’ una dogana invece e pago il prezzo
d’aver mancato un treno, un pagamento
dimentico la borsa in un albergo
sono in ritardo e piove dal soffitto
La consuetudine del difetto
e tutto ciò è già noto, perfino quando dormo.
Mi sveglio la mattina e poi ricordo
ieri ci siamo salutati senza un bacio.

detto tra noi

Detto tra noi
siamo arrivati a questo, questo silenzio mesto
quest’abitudine di stare dalla ragione muta
tanto siamo d’accordo, ci siamo confrontati
in tempi vari e modi in tutti questi anni
fuggendo ipocrisie, sotterfugi e inganni
con tacita coerenza nel comune cammino
col pieno di passione, ardimento e un po’ incoscienza
nel nostro bozzolo arredato ad arte
di buone idee e magnifici progetti
tanto che adesso, lo dico a malincuore
mi sembra di stare forse un poco stretti
Ma non ne discutiamo, no
se questo va in cantina od in soffitta
se va buttato oppure come accade, ci toccherà lasciarlo lì in sospeso.
Preferiamo far finta che il disordine
sia l’espressione della nostra convivenza
e ad un momento per tutti più disteso
posticipiamo la nostra moderata intolleranza.
Detto tra noi
vista la scorta di esempi e di memorie
s’è già dato il meglio, non credi,  perché insistere?
Non sprona ma ci punge, è condizione necessaria per esistere.
E’ un lampo, un crampo, che ci disturba e allarma
ci appresta a una domanda che non sappiamo porre
ma fuochi d’artificio e grande festa vorremo avere dalla sua risposta.
Detto tra noi
che si era innamorati di quel futuro che volevamo prorompente
oggi forse più cauti e disillusi ci troviamo a chiacchierare con la gente
che non ha fatto le nostre stesse scelte, che ci riempie di domande
“ma ancora ce la fate? e come fate, dite!” e ci guardiamo e mi vergogno
a prenderti per mano, non avessero a vederci debolezza
ma ti ricordi quando nel ’76 sfilare insieme dava quell’ebbrezza?
Se ci troviamo tuttora fianco a fianco – ed è prossimo l’inverno e tu lo sai-
benché silenti e pure un po’ impigriti, è perché il tuo profilo in controluce
è ancora un segno netto, dipinto con l’inchiostro.
E’ una scritta sul muro, una promessa, che il domani vedrai è ancora nostro.

Viens voir le comédien…

A vederlo per strada l’avremmo definito un omino: più che piccolo, minuto, non magro ma ossuto. Aveva la faccia di uno che sembrava portarsi sempre dietro una valigia pesante. Uno che pareva perennemente sceso ad una stazione che non era mai quella della sua città. Di quelli che non si notano, che si urtano nella folla, per i quali non viene voglia di voltarsi a guardarli. Il suo sguardo, più che triste, dava l’idea d’essere affaticato per un peso di cui nessuno aveva mai chiesto la ragione.  Poteva assomigliare a chiunque.

Lo vidi al Teatro Verdi alla fine degli anni settanta. Per quanto adolescente, tra le canzoni di Bob Dylan, Neil Young e gli Who, avevo trovato un posto per le sue. E mi piacevano tanto. Non so perché, sarà stata la lingua francese, il fatto che volessi andare a vivere a Parigi, sarà che a 16 anni è tutto un pensare d’essere da qualche altra parte, sempre un altrove purché ci sia un treno da prendere, un aereo, una nave. Così quando lui apparve sul palcoscenico con la sua camicia rosa – rosa! –  da solo, senza niente, senza scenografie, senza effetti speciali e prese a cantare, fu una folgorazione. Quell’omino si fece immenso, un gigante e ballò, cantò, intrattenne il pubblico, recitò, ammiccò, coccolò e consolò, parlò d’amore, del tempo, della guerra, della distanza, della solitudine, del farsi da parte, del dimenticare. Tutte cose che avrei vissuto dopo, molto tempo dopo. Come un libro che leggi troppo presto ma ci fai un orecchio a una pagina perché sai che verrà il giorno che tornerai a leggerlo. Ecco, di tutte le sue canzoni, questa è per me quella che toglie quella fatica dal suo sguardo e dal mio. 

“Ils laisseront au fond du cœur de chacun
Un peu de la sérénade
Et du bonheur d’Arlequin
Demain matin quand le soleil va se lever
Ils seront loin, et nous croirons avoir rêvé
Mais pour l’instant ils traversent dans la nuit
D’autres villages endormis, les comédiens”

Viens voir le comédien, le musicien, le magicien
qui arrive…

la merda di Piero

Chissà che direbbe se fosse oggi vivo
lui che la merda l’ha resa immortale
Oh Piero, dovresti vedere che accade!
Non sta più nel barattolo, l’hanno snobbata ai musei
te l’hanno fatta più grossa e avranno il copyright
Se la portano appresso dagli scranni alle strade
e sui social e nei tweet di stronzi è una miriade
è una melma vischiosa di barbari intenti
propositi diarroici nauseabondi e flatulenti
E’ un miasma che esala, che ammorba, che inquina
non sa di terra, di grano, non è la merda bovina
di pecora e capra, dei buoni maiali
che concima gli orti, che dà odore al domani
ma tu nel barattolo ce l’hai messa davvero?
Ho letto che dentro c’era soltanto gesso,
e allora mi chiedo, sarebbe stato lo stesso
se invece che merda ci avessi messo i coglioni?
probabilmente diresti che non fa differenza
e col senno di poi avresti mille ragioni.

Mission

Molti pensieri, altrettanti dubbi. La notte è un carico di idee, di progetti ma il mattino rimanda la consegna. C’è un tutto-quanto già in fila, in attesa sul bordo del letto. Il tuttoquanto reclama con le voci dei suoi innumerevoli figli: “Sono arrivato prima, tocca a me, ho il nulla osta, la precedenza, ho prenotato, ne ho diritto, me lo devi, è tuo dovere, l’hai promesso, ne sei responsabile, per amore! “ Ma in quei pochi centimetri, tra il pigiama e le ciabatte, lo spigolo del comodino e l’orologio, quella minima distanza tra l’adesso e l’oggi, prima che giungano tutti gli schiamazzi, sento che si fa largo una visione, che mi è rimasto qualcosa della notte, come una piega di cuscino impressa sulla gota. 

una collana di conchiglie

Mi sono fatta una collanina di conchiglie, raccolte al mare in questi ultimi giorni di agosto. Il ricordo sarà così più tangibile. E’ la ragione per cui porto via sempre qualcosa da un luogo.  Queste piccole cose – sassi, legnetti, pigne – finiscono per disperdersi per casa, sugli scaffali, dentro barattoli, nei cassetti. Diventano una silenziosa condivisione di memoria, si fanno testimoni da passare, riscoperte improvvise che accendono una luce sul passato e lo rischiarano. Occasioni di racconti che possono aprire la porta su altre storie. Conservo perché mi costruisce. Penso che siamo fatti di relazioni: con le persone, i luoghi e gli oggetti. Ci nutrono, ci temprano, ci smussano,  e con ciascuno di questi e con tutti insieme tessiamo il nostro divenire. Bisognerebbe provare a farsi un autoritratto con ciò che si è raccolto nel tempo, dai sassi alle conchiglie, dalle fotografie alle parole. E vedere l’effetto che fa.

la conta delle parole

Voglio fare la conta delle buone parole
perché alcune per esserlo
non possono stare da sole
Ci son quelle buone che lo son di natura
apprese sui banchi e con qualche lettura
avvezze alle rime e mandate a memoria
per canzoni, poesie o rammentare la storia
Amore fra tutte ma anche cuore non scherza
poi pace virtù valore e bellezza
la mamma mantiene un primato assoluto
ma c’è fratellanza che le sta proprio dietro
Non voglio scordare rispetto e attenzione
gentilezza uguaglianza cooperazione
né mai sarà ultima la libertà
con coraggio fiducia e verità
Ma se prendo una mano, da sola non basta
se son tante aiutano a fuggir la tempesta
una cesta se è vuota ha poco da dire
ma se colma di pane ecco allora nutrire!
Con un foglio di carta si fa barche, aeroplani
ma insieme a una penna può cambiare il domani
una piazza, una strada, scalinate e balconi
han bisogno di scarpe e tante, perché il suolo risuoni
e dai piedi su su si arrivi alla voce perché faccia eco
così che nessuna parola sia mai uno spreco.
Le parole non hanno un valore assoluto
ci son familiari per educazione e cultura,
anche se alcune ci fanno paura
è tempo di correr loro in aiuto
di pensarle, sentirle, di trovar loro l’accordo
perché cantino anche per chi vuole esser sordo.
Prendiamo un cassetto, una sedia, un maglione
facciamo la conta delle parole buone.

allargo

Sarà estate anche per me che aspetto una terrazza, un giardino, due sdraio,
la griglia, le patate nell’alluminio.
Il tempo dedicato al ritardo, della doccia, della cena, la sosta sui cruciverba.
Conosco il mare da dietro, le cabine, i caffè, il cinema all’aperto che puzza d’umido e di sale,
il mare dell’ombrellone divelto dal maestrale, del troppa gente, delle alghe scansate con lo schifo e un paio d’infradito,
la passeggiata e il cono gelato e delle notizie l’eco.
Aspetto il mare la notte senza grida d’aiuto, il rintocco dell’onda e la sua ninnananna,
per il giorno di ferragosto e gli auguri di festa, è questo il mare che ho nella testa.
Che orrore, che bellezza, che vigliaccheria scrivere saluti & baci sulla cartolina da 1 euro
mentre suona la sirena e allargo si compie
la notte disattesa, l’inverno dei molti.

bianche & laccate

Mi son comprata un paio di scarpe,
laccate bianche e dal gusto retro
col tacco grosso, piantato, anni 70
siam quasi ai saldi
e convenivano abbastanza.
M’han detto che van bene di giorno e anche la sera
coi jeans, i vestitini, un abito elegante
a casa le ho abbinate con tutto il guardaroba
per darmi un tono ed essere intrigante
Ma messe ai piedi han preso un altro aspetto
avevano da dirmi ben tutt’altro
le scarpe nuove son sempre una scommessa
sul futuro dei tuoi passi e all’incertezza
rispondono convinte che la scelta è giusta
se vuoi andare avanti senza angoscia.
Ci devi camminare bene e ferma,
sostenuta, diritta e un po’ orgogliosa
se ti fanno più alta, più grintosa,
anche se non promettono che male non ne avrai.
Io mi racconto balle ma un po’ in fondo ci credo
calzerò comunque gli stessi desideri, gli ideali,
i principi cui fermamente credo
ma mi parranno più forti e io più determinata
e se stasera non batto una boccata
per via degli otto centimetri di altezza
alla mia vanità ne sarò grata
Poi male che vada potrò sempre indossare
vecchie infradito o camminare scalza
e i sandali laccati resteranno
un’altra bellissima speranza.