bianche & laccate

Mi son comprata un paio di scarpe,
laccate bianche e dal gusto retro
col tacco grosso, piantato, anni 70
siam quasi ai saldi
e convenivano abbastanza.
M’han detto che van bene di giorno e anche la sera
coi jeans, i vestitini, un abito elegante
a casa le ho abbinate con tutto il guardaroba
per darmi un tono ed essere intrigante
Ma messe ai piedi han preso un altro aspetto
avevano da dirmi ben tutt’altro
le scarpe nuove son sempre una scommessa
sul futuro dei tuoi passi e all’incertezza
rispondono convinte che la scelta è giusta
se vuoi andare avanti senza angoscia.
Ci devi camminare bene e ferma,
sostenuta, diritta e un po’ orgogliosa
se ti fanno più alta, più grintosa,
anche se non promettono che male non ne avrai.
Io mi racconto balle ma un po’ in fondo ci credo
calzerò comunque gli stessi desideri, gli ideali,
i principi cui fermamente credo
ma mi parranno più forti e io più determinata
e se stasera non batto una boccata
per via degli otto centimetri di altezza
alla mia vanità ne sarò grata
Poi male che vada potrò sempre indossare
vecchie infradito o camminare scalza
e i sandali laccati resteranno
un’altra bellissima speranza.

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che orrore mi fa

Bell’amore che orrore mi fa non avere rimedio
agli schianti del mondo e alle sue frane
non si fa argine con poche parole, né giustifica
l’essere stati sempre contro ogni male
La mia speranza è mutilata e sghemba
e rintuzzata più giù dentro i tuoi occhi.
Guardami. Guardaci.
Alzati, fatti immensa e faro.

collage & domini

Non faccio un collage da due anni, non ho tempo per pensarci e quando invece avrei tempo, finisco per fare altro. Però a fine luglio parteciperò ad una collettiva a Stoccolma. L’invito era giunto quanto mai inaspettato durante la mostra “Frammentaria” che avevo tenuto a gennaio. Ho accettato con grande entusiasmo ma quando mi hanno chiesto di inserire anche il mio sito internet nel catalogo insieme all’immagine dell’opera, mi sono sentita gelare. A dir la verità non ho neanche un biglietto da visita.
Così ho acquistato un dominio, l’hosting, annessi e connessi, e mi sono visionata i duecentomila template di wordpress per trovare quello che poteva corrispondere alle mie necessità. Dopo  il settimo template mi era già passata la voglia e ho finito per installare quello con un nome congeniale: simple persona.
Non si è rivelato affatto il più adatto, almeno per un portfolio, forse perché non sono esperta, magari lo cambierò in seguito. E’ qualcosa di provvisorio e come tutte le cose provvisorie durerà parecchio a lungo. Sono pagine enormi con enormi presentazioni, roba da cose importanti. Perfino quella dei contatti mi è sembrata eccessiva considerato che ci avrei messo solo un indirizzo email. Per non farlo vagare solo soletto lì dentro ho aggiunto anche l’indirizzo di Facebook. Inutile. Su Facebook non ci metto piede da due mesi, ho cancellato i 18250 post che ho collezionato in dieci anni di vita social, uno a uno, comprese fotografie e altre amenità. Mi hanno detto che dovrei stare anche su Instagram, Twitter e LinkedIn e questo mi ha messo ancora più ansia. Un passo alla volta, in fondo nella vita sono una segretaria, una contabile.
Insomma, il sito è questo www.francescalagorio.com
Applausi e infinite grazie al primo che ci fa un giro.

quello che resta del giorno

“A fine giornata” è un’espressione che racchiude una dimensione sempre più privata. E’ soprattutto un arco temporale definito che va dal ritorno a casa dopo il lavoro al momento di coricarsi nel letto. Non è mai esclusivamente per me stessa, né mai totalmente per gli altri, è un compromesso tra necessità personali e attenzioni all’altro, un impegno a oliare bene il meccanismo dei piaceri e delle responsabilità. Riordinare, leggere una poesia, pagare le bollette, chiedere come è andata la giornata, fumare una sigaretta in silenzio durante la centrifuga della lavatrice. Fare una carezza, stirare, passarsi una mano tra i capelli, svuotare i posacenere.
A fine giornata è una successione di gesti ripetuti un milione di volte, eppure sempre diversi, tormentati dalla varietà degli stati d’animo che spingono a sbattere la porta oggi con stizza, domani ad accostarla piano per non disturbare; ad interrompere una conversazione, eccitata da una novità, per poi distrarmi mentre mi raccontano qualcosa perché non mi ricordo a memoria il PIN. Indugiare sulla soglia di camera davanti al letto ancora disfatto per la tenerezza che regala l’intimità di un luogo o la sua memoria, o sparecchiare con furia il tavolo della cena per paura di sentirsi dire qualcosa di diverso, o perché se no non c’è tempo, tempo per cosa?
A fine giornata è scorrere le notizie di un bombardamento che è già accaduto, di un assassinio già compiuto, di un compleanno già festeggiato, di una piccola felicità passeggera, non colta. E’ un dopo ossessivo che ricorda tutte le coincidenze perse, gli appuntamenti mancati, le promesse non mantenute. E’ ascoltare – perché è così che mi sembra di sentire le voci – le parole scritte di amici, conoscenti, parenti, nelle mail, nei commenti, nelle esternazioni di gioia e di rabbia, negli appunti e richiami, nelle promesse e nelle negazioni, di una canzone, di una fotografia, che a fine giornata sono già tutti troppo lontani, come fosse già ieri, un mese fa anche se è appena successo. E’ una differita di emozioni, pensieri e riflessioni, sofferenti di jet lag. Te l’avrei dovuto dire prima ma prima dov’ero? Talvolta la mia commozione sa di rancido. Ciò che è adesso, ora, subito, suona come un podcast da scaricare dopo tutto il resto. Ma quel resto, il resto del giorno è un ritardo su tutto, declinato nella smania e nel fastidio di non riuscire più a stare a tempo proprio quando dovrei avere tempo per me stessa. Rimane, ormai radicato, l’accanimento di serbarmi un poco di intonazione per appaiare le ciabatte in fondo al letto, che non è più nevrosi ma desiderio di limpida geometria, quell’intersezione armoniosa di linee a scongiurare l’affanno del caos. O caricare l’orologio, altra mania assurta a rituale di speranza, per rilanciare sul domani e non pensare alla buonanotte come a una scommessa.
“A fine giornata” non è la fine di un giorno, il lusso semplice di Lorenzo Calogero che chiude la sua poesia con un’orchidea che splende nella mano. La mia ha fiorito ancora, sì e ne ho cura ogni mattina guardandola. Sta sul tavolo del salotto e si protende verso la finestra sul giardino, come dovrei fare anch’io, a quest’ora.

mi sembra diversa la luce

Non capita quasi più
che guardando fuori della finestra
ti chiami, dai corri vieni a vedere
lo straccio della sera sui tetti
Cadrà tra noi
nella conversazione della cena
quasi un inciso di poco conto, a trattenere il boccone
e un sorriso di quieta meraviglia ché
da tempo si sa come stracci la sera.
Ho letto una poesia, l’ho fermata
per tenertela in serbo con l’orecchio alla pagina.
E’ che mi addormento stanca ogni notte
e dimentico di lasciare il libro sul tuo comodino.
Perché non ti affacci stasera
che mi sembra diversa la luce

nata di carnevale

Mi scherzi.
Nella mano si è rappreso qualche coriandolo umido di sudore
Vale! e ridi, a una madre ansiosa di tornare dove tutto è pulito.
Non raccoglierli da terra, è sudicio! Invece è solo triste, mi creda.
Si raccomanda la fretta di finire il sacchetto.
Tutti gli anni mi ritrovo addosso un bottone di carta stinta, spogliandomi per dormire.
Pare un neo, una vescicola, un difetto.
E’ che sono nata di carnevale e con la varicella.

frammentaria. una nuova mostra

Non ci pensavo più. Avevo avuto la mia occasione nel 2014, una mostra personale dei miei collage grazie alla fiducia e al supporto della mia famiglia e soprattutto di mia suocera che si era appassionata a tal punto da costringermi ad uscire dal guscio. “Devi farli vedere” mi diceva “non puoi tenerli per te nel sottosuolo”. Dopo la grande euforia iniziale, dopo l’emozione e la paura di mettersi in piazza con tutto quello che i collage raccontavano – quell’orlo del buio cui sono stata così vicina – la vita aveva ripreso il suo corso. Qualche nuovo lavoro, qualche idea e poi gli obblighi quotidiani, finalmente un lavoro!  gli impegni familiari, i lutti e tutto il resto hanno fatto sì che mi dimenticassi che avrei potuto ricominciare.
Qualche giorno fa, Beatrice, una giovane amica fresca di studi in Storia dell’Arte e appassionata, mi porta la felicità di riprovarci. Una galleria fiorentina ha accettato di esporre i miei lavori ed io mi ritrovo, oggi più vecchia ma anche guarita da tutte quelle ossessioni, a scalpitare per questo evento che è un’improvvisa iniezione di energia. Mi sento bambina eccitata per la sua festa di compleanno. Torna la voglia di fare, di tagliare e incollare.  E’ dal 2016 che non lo faccio più. Così lunedì 29 gennaio si apre un nuovo capitolo, nuove opportunità. Forse un’altra occasione a Stoccolma, a luglio.  E ho di nuovo paura.

cucire & scucire

Da tempo desideravo una macchina da cucire ed oggi è arrivata, regalo di Natale in differita e subito eletta simbolo di questo anno che va a finire.
Sono una che rammenda, è qualcosa che ho ricevuto in dono dalla mia famiglia, l’abitudine a riparare e a non buttare, per rispetto delle cose e del loro valore, più spesso affettivo che economico.
Rammendo calzini, maglioni, cerniere lampo, fin dove posso e riesco a fare o m’invento soluzioni che purtroppo si rivelano assai provvisorie. I risultati non sempre sono esteticamente gradevoli ma il tentativo mi gratifica e giustifico l’imperfezione come un guizzo artistico. E’ per questo che non amo i jeans con gli strappi, li cucirei tutti. Gli strappi mi rappresentano e ricordano momenti di dolore e i loro strascichi, l’essudazione delle ferite, quanto costi rimarginare e la consapevolezza delle cicatrici. Benché talvolta siano necessari, liberatori, occasioni di crescita e rinascimento, producono un ispessimento nel tessuto della vita, una callosità nella memoria, come dei nodi d’albero, che disegnano una costellazione di eventi cui bene o male mi troverò a fare riferimento, guida o monito.
Ago e filo richiedono pazienza oltre che tempo, cucire vuole concentrazione, precisione e buona volontà. E’ un atto di reciproco scambio, verso l’oggetto che si ripara offrendogli un nuovo corso, e verso noi stessi che diventiamo artefici di una risoluzione, riconoscendoci la capacità di rinnovare e creare.
La macchina da cucire giunge alla fine di un anno faticoso durante il quale ho badato soltanto all’urgenza di certi obblighi e responsabilità, ricordandomi che sono stata spesso sorda nei confronti di ciò che sussurrava e rischiando di ritrovarmi con molte relazioni provate e lise.
Allo stesso modo questa macchina mi fa presente anche l’importanza di saper scucire, là dove non è più possibile portare avanti un vicendevole arricchimento, non per tagliare i rami secchi, semmai per offrire una nuova occasione di confronto, una possibilità di reinventare rapporti che si sono assopiti e dare loro nuova linfa.
A tre giorni dalla fine di questo dicembre vi auguro e mi auguro di cucire e scucire, di riprendere ciò che è stato sospeso, abbandonato, dimenticato, di rinforzare ciò che ci è caro, di rivedere gli aut aut – non si sa mai, per scrupolo – , di ri-contemplare i forse, di chiedere perché. Se ci sono dei no, che siano fermi, determinati e coerenti, quanto ai sì che siano generosi e prodromi di felicità.
Intanto domani con la mia nuova Necchi cucirò due presine. Di buon auspicio.