2 gennaio

Dal terrazzo dell’ufficio per una pausa cicchino. Quest’anno magari promette bene.

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cucire & scucire

Da tempo desideravo una macchina da cucire ed oggi è arrivata, regalo di Natale in differita e subito eletta simbolo di questo anno che va a finire.
Sono una che rammenda, è qualcosa che ho ricevuto in dono dalla mia famiglia, l’abitudine a riparare e a non buttare, per rispetto delle cose e del loro valore, più spesso affettivo che economico.
Rammendo calzini, maglioni, cerniere lampo, fin dove posso e riesco a fare o m’invento soluzioni che purtroppo si rivelano assai provvisorie. I risultati non sempre sono esteticamente gradevoli ma il tentativo mi gratifica e giustifico l’imperfezione come un guizzo artistico. E’ per questo che non amo i jeans con gli strappi, li cucirei tutti. Gli strappi mi rappresentano e ricordano momenti di dolore e i loro strascichi, l’essudazione delle ferite, quanto costi rimarginare e la consapevolezza delle cicatrici. Benché talvolta siano necessari, liberatori, occasioni di crescita e rinascimento, producono un ispessimento nel tessuto della vita, una callosità nella memoria, come dei nodi d’albero, che disegnano una costellazione di eventi cui bene o male mi troverò a fare riferimento, guida o monito.
Ago e filo richiedono pazienza oltre che tempo, cucire vuole concentrazione, precisione e buona volontà. E’ un atto di reciproco scambio, verso l’oggetto che si ripara offrendogli un nuovo corso, e verso noi stessi che diventiamo artefici di una risoluzione, riconoscendoci la capacità di rinnovare e creare.
La macchina da cucire giunge alla fine di un anno faticoso durante il quale ho badato soltanto all’urgenza di certi obblighi e responsabilità, ricordandomi che sono stata spesso sorda nei confronti di ciò che sussurrava e rischiando di ritrovarmi con molte relazioni provate e lise.
Allo stesso modo questa macchina mi fa presente anche l’importanza di saper scucire, là dove non è più possibile portare avanti un vicendevole arricchimento, non per tagliare i rami secchi, semmai per offrire una nuova occasione di confronto, una possibilità di reinventare rapporti che si sono assopiti e dare loro nuova linfa.
A tre giorni dalla fine di questo dicembre vi auguro e mi auguro di cucire e scucire, di riprendere ciò che è stato sospeso, abbandonato, dimenticato, di rinforzare ciò che ci è caro, di rivedere gli aut aut – non si sa mai, per scrupolo – , di ri-contemplare i forse, di chiedere perché. Se ci sono dei no, che siano fermi, determinati e coerenti, quanto ai sì che siano generosi e prodromi di felicità.
Intanto domani con la mia nuova Necchi cucirò due presine. Di buon auspicio.

26 dicembre

Da piccina non mi piaceva Santo Stefano. Era un giorno spento. Le feste sembravano già finite, anche se le vacanze scolastiche sarebbero durate ancora fino alla befana. Incombeva il pensiero dei compiti che si affacciava un giorno sì e uno no fino a concretizzarsi del tutto il 2 gennaio. A quel punto non c’era scampo. L’euforia del Natale terminava nel momento in cui tutte le carte colorate e i nastri e le coccarde dei regali venivano ripiegate per bene dentro i sacchi della spazzatura e portati in strada, fuori del portone.“Metti in ordine la camera” poi era l’imperativo del 26 dicembre. Faceva sempre molto freddo.
Oggi invece la temperatura è mite, sto con le finestre aperte. Ho fatto qualche faccenda domestica senza sentirne il peso, ma ho lasciato il letto sfatto, forse per un ricordo di ribellione. E’ stato il primo Natale senza mio padre eppure mi è parso che fosse lì in poltrona quando abbiamo brindato a lui. S’è fatto tardi, più del solito, perché i ragazzi chiacchieravano e stavano bene, quasi non fosse Natale o sempre e solo Natale. Siamo saliti su a casa con pochi avanzi e voglia di caffè. Quando ho abbracciato la mamma mi sono sentita tra le braccia un uccellino mingherlino.

are you sure?

Da un po’ di tempo questo adesivo mi ossessiona. Lo vedo ovunque. E’ una domanda che per certi versi è simile a “come stai?”. Più me lo chiedono, più mi sento costretta a porre attenzione alla risposta. Addormentarmi da piccina sul sedile posteriore dell’auto mentre mio padre guidava era una sicurezza. Mia madre che mi portava a fare il vaccino, la luce accesa nel corridoio che teneva lontano i mostri erano sicurezze. Ero protetta senza esserne consapevole.
Oggi salire le scale di casa dopo una giornata di lavoro, quelle rampe che separano il fuori dal dentro, 59 scalini di decompressione, sono invece una certezza. E’ il tratto indiscutibile, il tempo obbligato di un luogo di passaggio entro il quale defluiscono gli umori, la fatica, i doveri, ma che non protegge da ciò che accadrà o da quello che è appena successo. Sono una certezza gli affetti eppure nessuno di questi mi ha mai assicurato che non ne avrei mai sofferto. Ho dubbi certi su molte cose ma nel dubbio sono portata talvolta a un fare che rassicura e la mia provvisorietà ha improvvisamente più senso. E allora mi chiedo, quand’è che sicurezza & certezza coincidono? Se lo hanno mai fatto, non me lo ricordo. Forse è un bene dimenticarsene, magari non è così memorabile. O fa molto male o non si è pronti.

magari resto sveglia

E’ sabato notte e poco da fare
s’è assopita ogni voglia
com’è dispendioso indugiare
se coricarsi e affrettare il giorno di festa
la responsabilità del riposo e quell’ansia molesta
che doversi del tempo non sia mai uno spreco
e il cincischiare un’assoluzione.
Magari resto sveglia in flagrante malinconia.

quasi una bandiera

Quello che c’è intorno e dentro i cassonetti della spazzatura è molto rappresentativo del nostro paese. Chi butta e chi vi fruga dentro, sprechi & povertà. Un’istantanea delle infatuazioni modaiole, di lussi passeggeri, di ricerca di riconoscimento sociale, ma anche un “ritratto di famiglia” nel tempo nel quale riconoscersi: un volume de “I Quindici”, un pensile in formica, un paio di “college”, le tazze da caffellatte in arcopal. Intorno ai cassonetti c’è attenzione e ingratitudine, strazio e indifferenza, cura e arroganza. A volte niente, solo sacchi buttati lì, come degli amabili resti, come una bandiera scolorita.

F.L.

50 centesimi

foto di F.L.

Cinquanta centesimi per il ricordo di un altro, qualcuno che assomiglia a qualcosa di noi, una ringhiera, una finestra, un servito da tè, come quello di nonna. Quando le fotografie si stampavano e si mettevano negli album coi triangolini adesivi per tenerle ferme, che quando si scollavano lasciavano un segno più scuro sul foglio. Brandelli di vite ammassate sui banchi dei robivecchi, dentro cui sfogare la noia di un pomeriggio. Ne metti due o tre insieme e ti ritrovi una storia, t’inventi una possibilità, un inizio o una conclusione, ci scrivi un racconto, ci fai un collage. Che cosa si compra per 50 centesimi? L’immaginazione della memoria, una soluzione a questo presente che ci ostiniamo a ritrarre in immensi archivi di pixel ma che poi non ci ricorda né ricordiamo. Compriamo una rappresentazione tangibile della realtà che ci rimandi alle cose, ai luoghi e al tempo e lì ci tenga legati e giustificati. La realtà che accumuliamo in milioni di bit dentro gli hard disk e le memory card è un atlante su cui viaggiamo indisturbati ed egoisti, qualcosa che condividiamo ma non scambiamo, che possediamo ma che non ci appartiene. Dietro il nero di quella polaroid ci potrebbe essere tra cinquant’anni la mia faccia o la vostra. Lasciate una fotografia sulle panchine. Fatene dono.